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Erano le 11:14 del 13 marzo 2018



Ma incominciamo dal principio.

Il 12 marzo era un lunedì, alla mattina mi sveglio come al solito, con la pancia enorme fatico ad alzarmi, mi servirebbe una carrucola per riuscire a mettermi in posizione verticale. Ma al nono mese ormai le mamme hanno sviluppato una tecnica sopraffina per sgusciare fuori dal letto. E opplà!oh issa!con la velocità di una donna di 90 anni mi metto in piedi e vado in bagno.

Non sembravano esserci segni di parto in vista, ma era la mia prima gravidanza, nonostante il corso svolto nei mesi precedenti, chi lo sapeva cosa aspettarsi da questa avventura?!

In tarda mattinata inizio a sentire qualcosa scendere da lì sotto: era del muco bianco, ma cos’è questa cosa? Sarà forse quel fantomatico tappo mucoso di cui tanto mi hanno parlato??

Mah..

Passano le ore e continuo ad avere queste perdite, tengo aggiornato il mio ragazzo, controllo che nella borsa ci sia effettivamente tutto il necessario per quando sarà il momento.

Arriva la sera, decidiamo di mangiare qualcosa di leggero: polletto alla griglia mega onto con patatine fritte!

Arrivano le 22:30, non sentivo particolare fastidio ma avevo la sensazione che da lì a poco qualcosa sarebbe successo. Decido quindi di provare a dormire sul divano per riposarmi un po’, mi sarebbero servite molte energie.


Mi sveglio verso l’01:00, sveglio il mio ragazzo per andare a letto, nel frattempo vado in bagno (lui già russava sotto le coperte), inizio a sentire dei lievi dolori ai reni e al basso ventre. Decido comunque di infilarmi sotto le coperte per provare a riposarmi un altro po’, ma come mi distendo inizio a sentire dei dolori alla pancia che mi costringono ad andare in bagno, come se avessi preso freddo. Vedo del sangue, rosa, non abbondante.

Al corso mi avevano detto che se vedevo del sangue sarebbe stato meglio andare in ospedale, con calma, ma partire.

Faccio per andare in camera a svegliare il mio ragazzo, improvvisamente i dolori si fanno sempre più forti, tanto da dovermi appoggiare più volte sui mobili nei 4 metri di distanza che separano il bagno dalla camera, sembravano 500! Riesco a svegliarlo per dirgli “Amore, forse è meglio se andiamo”.

Pochi istanti per capire il senso di quella frase ed aveva già portato fuori il cane e acceso il motore dell’auto.

Prese su le mie quattro straze partiamo con l’obbiettivo di schivare più buche possibili nella stradina bianca (il lato negativo di abitare in mezzo ai campi), identificando la strada più dritta e veloce per raggiungere l’ospedale (non per la paura di partorire in macchina ma solo per l’idea di essere visitata e capire a che punto eravamo). Non ricordo cosa ci siamo detti lungo il percorso se non “Se questo male è niente, allora sono c***i amari!”


Arriviamo in ospedale, Enrico mi lascia sulla porta d'ingresso secondaria, io lo aspetto in corridoio e incrocio un’infermiera che mi guarda male (ragazza mia, sto per partorire non ho il colera). Ripassa, mi ignora. Torna di nuovo e mi chiede se avessi avuto bisogno di una mano ma ormai il mio compagno era lì. Ascensore, le contrazioni aumentavano.

Arriviamo al terzo piano. Spiego l’accaduto. Mi dicono che essendo al primo parto c’era la possibilità che mi rimandassero a casa. Monitoraggio di 40 minuti, tutto regolare, le contrazioni aumentavano ed erano abbastanza frequenti, mi dicono che sarei dovuta rimanere lì, quindi mando Enrico a prendere la borsa per il ricovero. Non c’erano stanze disponibili. Mi sarei dovuta cambiare nella sala dei medici.

Erano, penso, le 3:30, mi alzo in piedi per andare a fare la visita dal medico e…SPLASH..come un palloncino d’acqua che esplode dentro la mia pancia! ”Oh oh, penso mi si siano rotte le acque!”

Un istante dopo Enrico rientra nella saletta.

Andiamo nell’ambulatorio del medico: visita, contrazione, visita, domande, contrazione, respira, rispondi, contrazioni, domande, respira, rispondi. Dilatata di circa 6 cm, camicia da notte e dritta in sala travaglio. Bene, è reale, ok, è il momento. Respira. Vai.

In sala travaglio sento le urla della mia collega futura mamma, che poi conoscerò come mia vicina di letto. Iniziano le contrazioni forti, ora non saprei descriverle, non saprei dirvi da qui cosa è successo di preciso se non che mi sembrava che le ostetriche non fossero mai lì con me.

Era arrivato il momento di spingere. Volevo provare a cambiare posizione ma mi dicevano che non potevo (anzi, che sarebbe stato meglio fare come mi dicevano) perché non stavo spingendo bene. Volevo che Enrico non mi mollasse mai la mano, neanche per bere, neanche per togliersi la felpa. Era lui la mia forza! Ogni tanto passava il medico per controllare che tutto stesse procedendo bene, ma le mie spinte non erano giuste, ogni volta che finiva una contrazione il mio bambino risaliva e perdevo tutta la priorità acquisita.

Le contrazioni erano intense ma non abbastanza lunghe da poter spingere più di una volta, quindi decidono di iniettarmi l’ossitocina ma sudavo troppo, il cerotto e l’ago si spostavano e questo usciva dal braccio, quindi l'ostetrica cambia l'ago e lo inserisce nel polso. Dovevo tenere il braccio dritto altrimenti non fluiva nelle vene.

L’ostetrica mi ha sgridata, dovevo stare ferma! Specifichiamo, non mi stavo sbracciando e urlando per la sala travaglio, anzi, mi sono da subito chiusa in me stessa per concentrarmi senza riuscire a parlare. Di riflesso ad ogni contrazione mi appendevo al letto e quindi muovevo la mano.

Ormai erano passate diverse ore da quando mi si era rotto il sacco, forse sarebbe stato meglio spostarmi in sala parto per precauzione, si rischiava la sofferenza fetale.

Ricordo la paura nell'andare da una sala all’altra, sentivo la presenza del mio bambino oltre al mio bacino. I movimenti stimolano le contrazioni e quindi appena arrivata nel corridoio, eccola che arriva! Mi lancio nel lettino ginecologico della sala parto, mi arrampico, ok era passata.

Attorno a me c’erano 7/8 persone che guardavano, bisbigliavano tra di loro, ma chi se ne frega, se qualcosa sta andando male le vedrò agitate dico io, no?!

Mi tengono il braccio dritto, sempre per far fluire l’ormone nel mio corpo, con la mano libera mi aggrappo al bracciolo del lettino, passano altre spinte, si vede la testa, la sento, è lì, ma serve un aiuto. Arriva una dottoressa piccolina ma che con decisione si fa largo tra le infermiere e sale un uno sgabello: con forza si mette sopra la mia pancia e spinge con tutta la forza che ha, ecco la manovra di Kristeller. E’ stata bravissima!Dicono che questa manovra sia fastidiosa, pericolosa, potrebbe danneggiare anche le costole, beh lì ho finalmente sentito una sensazione di sollievo.

Prossima contrazione, ultima spinta.

Erano le ore 11:14 del 13 marzo 2018, il momento in cui per la prima volta ho sentito la dolce voce del mio bambino.


Me lo consegnano tra le braccia, era ancora sporco, un po’ violetto, così piccolo e fragile, con la testa allungata, pieno di capelli, ma già con le guanciotte tonde.

Lo riprendono, lo misurano. Si sente una voce da in fondo alla stanza “Il papà, prendete il papà!”

Ahahah che ridere, il papà molto provato, emozionato, con le lacrime agli occhi si era spostato per rispetto nei miei confronti, perchè dopo tutta quella fatica finalmente tenevamo tra le braccia il nostro bambino e lui non voleva piangere davanti a me.

Tutte le infermiere commosse.

Intanto continuavano a ravanarmi nella patata per raschiare i residui di placenta e cucire le ferite. Nel mio caso il male non si era concluso con l’espulsione del bambino, ma non importa è passato tutto in fretta, e poi lì c’era lui, Leonardo.


Mi hanno pulita, rivestita, accompagnata nella saletta travaglio che era come l’avevo trovata al mio arrivo.

Mi hanno portato Leonardo, per quasi due ore ho potuto tenerlo avvolto tra le mie braccia, con quei piedoni grandi e rachitici, l’istinto di ciucciare la mia pelle, così calmo. Il nostro miracolo.

Ha fatto la cacca (Il meconio. Chi ha già un figlio lo sa quanto sia importante.).

Mi sono accorta che in quella stanza c’era un orologio. Prima non l’avevo notato.


Ora a un anno di distanza scrivo questo testo con la paura e la consapevolezza che l’immagine che ora ho nella mente tra un po’ scomparirà, sono sicura che sarà così. Vorrei avere una fotografia per poter ricordare in eterno la perfezione di quei momenti.


Oggi, Leonardo, è il tuo primo compleanno. In questi dodici mesi mi hai portato solo gioia, mi hai permesso di affrontare situazioni con un atteggiamento nuovo. Mi hai cambiata, responsabilizzata, fatta tornare bambina. Ogni istante, anche quando mi fai arrabbiare, ringrazio la natura che mi ha dato te e che mi ha dato tuo padre, senza il quale non riusciremo ad essere felici.